EVO è evoluzione, è il tempo che viviamo, è mutamento
assunto s.m. — ciò che si dà per vero prima di cominciare.
Il festival nasce da una domanda: le parole raccontano il tempo, o lo fabbricano?
Le parole che scegliamo, i segni, le immagini, i gesti — tutto l'insieme di cose che chiamiamo linguaggio — descrivono la realtà o la costruiscono? È una domanda che il Novecento ha messo al centro e non ha chiuso.
EVO parte da lì e lavora su un'ipotesi precisa: che il rapporto vada nei due sensi, e che la parte interessante sia il ritorno. Un festival è un buon posto per osservarlo, perché è uno dei pochi luoghi in cui una comunità prova parole nuove in pubblico e vede subito l'effetto che fanno.
Una parola che sparisce si porta via la cosa
Quando smette di circolare il nome di un mestiere, il mestiere sparisce poco dopo: prima dal discorso, poi dal mercato, poi dalle mani di chi lo sapeva fare. Funziona anche al contrario. Un prodotto che trova il proprio nome smette di essere merce. Un quartiere chiamato in un modo da chi ci abita e in un altro da chi ci passa soltanto è, di fatto, due quartieri diversi.
L'Università di Macerata è partner scientifico del festival fin dalla prima edizione, e il suo motto — umanesimo che innova — dice bene il perimetro. Il Ministero del Turismo, inserendo EVO tra gli eventi da non perdere, l'ha definito «un esperimento che studia, racconta e cerca di interpretare i fenomeni moderni analizzandoli dal punto di vista umanistico».
Da Tipicità Evo a EVO: come un festival ha cambiato pelle
muta s.f. — il cambio di pelle; anche il silenzio che lo precede.
Nel 2021 era uno spin-off di Tipicità, tappa del Grand Tour delle Marche, nato in piena pandemia. Tre anni dopo era un'altra cosa.
Le prime due edizioni vivono sospese tra fisico e digitale: dirette lunghe, clip girate nei ristoranti, Macerata raccontata a distanza perché attraversarla non si poteva. Il tema si stringe su accoglienza e territorialità, con una coincidenza che vale la pena notare: si lavora sull'ospitalità nell'unico momento storico in cui ospitare è vietato.
Il momento in cui il cibo diventa un linguaggio
La formula compare alla seconda edizione quasi come un titolo di sezione — i nuovi linguaggi del cibo, in un panel di semiotica e filosofia condotto dal rettore dell'ateneo. Alla terza si prende l'intero programma.
Ed è lì che il festival scopre di aver detto più di quanto intendesse. Il cibo è il primo vettore di cultura: chiamarlo linguaggio apre una porta che non si richiude. Nello stesso cartellone entrano la musica, l'arte, il teatro di figura, le storie per bambini, una civiltà intera invitata a raccontarsi. La parola era più grande della cosa che doveva descrivere.
Il nome cambia per conseguenza. «Tipicità Evo» descriveva un'appendice, e quello che stava succedendo non lo era più. Nasce EVO — i linguaggi del terzo millennio: un festival che prende il linguaggio come oggetto, non come strumento. E che, come tutti i festival di città, non è mai soltanto il programma di chi lo organizza: lo fanno anche i locali che aderiscono, le associazioni che portano un laboratorio, chi sale su un palco per un pomeriggio.
Vale la pena fermarsi un secondo: è la tesi del festival applicata al festival stesso. Una parola nuova ha cambiato la cosa che doveva descrivere.
Il vocabolario di EVO: i linguaggi per guardare la realtà
lessico s.m. — l'insieme delle parole di cui una comunità dispone. Ciò che non vi compare, per quella comunità, quasi non esiste.
Non sono i temi di un cartellone. Sono alcuni dei punti di vista da cui EVO ha guardato la realtà — e ognuno restituisce un pezzo diverso.
Alcuni: l'elenco non è chiuso e non ha nessuna intenzione di esserlo.
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Si impara prima di saper parlare. Dice da dove vieni anche quando preferiresti tacerlo.
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Una grammatica: si possono conoscere tutte le regole e restare scortesi, o sbagliarle tutte e far sentire qualcuno a casa.
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Un prodotto senza nome è merce. Con un nome, e con la storia che lo regge, è un luogo che si può mangiare.
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Le parole con cui un'azienda si descrive decidono che azienda diventerà. Cambiare il piano industriale è facile. Cambiare il vocabolario, no.
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Non un canale in più: un modo di pensare, che si è preso le nostre frasi prima dei nostri schermi.
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Parliamo con qualcosa che ha imparato a parlare leggendoci. Quello che risponde è fatto delle nostre parole.
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Dice ciò che non entra in nessuna frase. Chi smette di praticarlo perde pezzi di sé senza accorgersene.
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Le parole che feriscono non sono un effetto collaterale del discorso: sono un progetto. Nominarle è il primo modo di disinnescarle.
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Il corpo parla per primo e quasi sempre ha ragione. Ascoltarlo è una forma di alfabetizzazione.
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Dire adesso mentre adesso sta ancora succedendo: la cosa più difficile che il linguaggio sappia fare.
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Li contiene tutti. Si simula qualsiasi cosa, poi se ne esce per parlarne.
Nel programma del 2024, uno degli incontri sui linguaggi dell'odio si intitolava «Quando le parole incidono sulla realtà». Lo firmavano l'Università di Macerata e un liceo classico.
Il gioco è il linguaggio che permette di parlarli tutti
mossa s.f. — l'unità minima del gioco: una scelta che sposta tutti.
L'ultimo linguaggio entrato nel vocabolario è anche quello che li contiene.
Un laboratorio dove si può simulare tutto
Dentro un gioco si montano un mercato, una città, una carestia, una guerra — e poi se ne esce per parlarne. Le cose troppo grandi o troppo dolorose per essere affrontate di petto, giocate diventano maneggiabili. È il motivo per cui eserciti, scuole e bambini usano lo stesso strumento per ragioni opposte.
Regole che tengono insieme persone lontanissime
A un tavolo da gioco un ottantenne, un trentenne e un bambino di dieci anni stanno alla pari, e idee distanti convivono per un'ora senza scontrarsi. Quasi tutti gli altri linguaggi fanno il contrario: servono a segnalare chi sta dentro e chi sta fuori.
E il gioco va oltre la nostra specie. Si gioca con un cane, si gioca con un gatto: chi addestra un animale sta giocando, e lo sanno tutti e due. È probabilmente l'unico linguaggio interspecifico che abbiamo — l'unico che nessuno ha dovuto insegnare.
Il capitolo è appena cominciato.
Una parola nuova, messa in circolo in una città, dopo un po' la si sente per strada. Da lì in avanti non è più una parola: è un pezzo di mondo.